TOMATO SUCK'UP
Due topi corrono lungo un corridoio di pietre.
SI tengono per mano.
Sono due topi francesi.
I collant, come picconi sugli occhi, fino al midollo cerebrale.
senza scarpe, sul divano.
Ti scoperei adesso. Ti scoperei o te lo farei succhiare.
Con la nebbia dentro.
Vedere offuscato. Ma la nebbia è dentro.
una mannaia che mozza le mani a questo
modo atipico di intendere il mondo.
cadono gli occhiali. Le lenti si spaccano per terra.
gli occhiali sono il simbolo della voglia di spingersi oltre.
oltre la vista. oltre la siepe. In tensione. In costante tensione.
Violoncelli. Contrabbassi. Campanelli.
Qualcosa da poter seguire e dissolversi.
Pura spontaneità, che non è arte, ma è spontaneità.
Senza techne, senza fini, solo pura dissolvenza sugli stati interiori
L’umano divino
malfunzionamento. Del corpo. dell'anima che oscilla in Pulsioni di vita. Pulsioni di morte.
Karma fallico. Karma Respirandoti
i polpacci. Le ginocchia. I piedi.
La puzza delle cavità che nutrono
l‘ arrapamento
Poi
QUalcosa dice che è vero.
Non sei più nella favola scritta dallo scrittore in acido.
Sei fuori dal libro.
Senti suonare un organetto.
In mezzo alla strada piovosa di una Milano triste e trascurata.
Con i vestiti bagnati, le scarpe bagnate. I capelli bagnati.
La punta del pisello infreddolita
È un organetto francese
Come se la musica fosse una di quelle cartoline romantiche che raffigurano il tramonto, gli amanti, il filtro d’amor.
Come se fosse possibile essere liquidi. Essere gassosi.
E prender le forme dei pensieri. Prender la consistenza delle essenze,
dell’orgasmo, tralasciando il corpo.
Il corpo di pagine e caratteri. Simboli ed evocazione
Melò
come la patina che si posa sugli occhi
Un dolore sordo a cavallo tra inguine e testicolo destro.
una cattiva risposta.
La sensazione dell'assenza.
Smantellare ogni idea costruita.
Poi le labbra
sopra
Con cura, passione,
devozione,
capacità.
Forse soltanto un momento da capire
Appena dietro ai topi
in tessere di mosaico
Sono due topi francesi.
[* silenzio dei piedi]
L'oggi è per non dimenticare
di mani tese nel passato
al ritirarsi scalzo della vita
per il nostro presente
.
Il lampo dipinge
tele su dorsi in rame e vigliacco aroma di colore
[Lasciandosi il collo dietro la modella vuota in scatola
ingenua...
Solo Scriccioli di Senso
ledi
Forze subalterne
Al tuo Tubo Uterino
Che cresce e si solleva
In gemme e torri invisibili
Cacciato, pregiato.
Scuoiato e pulito.
Ventre Odiato e Schiacciato con abilità degustato
muore
Rimangono dita Acriliche
Immerse nell’olio Seminale
molecole acide,
la mia creazione stessa
il lampo dipinge
un giorno umile sorriso
l'altro, ferro incandescente
mendace artiglio sulle tue cicatrici in mezzo.
L'incauto piacere di cui non conosco Terminazione
-
Atto I
Vibro nel silenzio
slegando Anima
mi scaglio ferite
penetranti che
scavano d'intesa.
[Intimità]
Semplifica l'irrisione
scuote il dissenso
che si incunea attento
con dita che sentono,
ed io le annuso
Compiaciuto.
[Il profumo del calore]
Lacerazione e stupore
infrangono
i Silenzi del mio corpo.
tra Arti Ancora tremanti.
Sussulto e Spasimo;
[Fine del piacere]
Atto II
Immerso adesso
in accecante pentimento,
recupero abiti artigliati
Succo e Polpa;
debole mi trattengo
tra dannazione e
violenta derisione
In crescita sostenuta
fremo di rinascita,
vorrei ricominciare
a possedere
il drago che afferro
dalla testa.
Scaglie d'incanto
Penetrano il mio tatto
suoni unici
[Cuori inseguono tutti i cieli]
Atto III
Perduto ancora
Tra macchie d'essere
Ti sento vagare
In umidi anfratti
A me congeniali
Ancora sentirti,
imprudente saziarmi.
Lampi trapassano adesso
Le tue abili membra
Un portale vorace
Apre le sue fauci
Davanti i tuoi occhi
Che mi scopro stavo già
Pregustando ingordo
[L'Incauto piacere Di Cui non comprendo Terminazione]
BIANCO SPORCO
the downward spiral
"ah,
se questi muri potessero parlare"
figuriamoci i cessi.
carta e penna
olezzo ozioso,
bloc e notes
black & deckers,
stretching e contorsioni.
4 sensi saltati in padella,
5 minuti contro 5 GiGanti.
Una golia rotola sul ponte di brooklyn,
sotto, corsi clandestini
sfidano a rincorrersi
fluorescenti rigagnoli.
plax e bene
a todos los peones.
sfoglio l'archivio scottex
degli strappi perduti
vita\morte indegne,
destino segnato alla nascita
percorso tracciato durante l'uso.
cade sempre dall'altro,
direzione piedi,
coscienza pulita
tra cosce scoscese
lecca via gli spurghi spirituali
dei ventri altrui.
ma mai in disuso cadrà.
usualmente cade in disuso
l'uso delle buone maniere,
cedendo il passo al nervosismo,
quando il camerlengo domestico di turno
all'approviggionamento non provvede.
Posteggiarsi nel box doccia,
rintanarsi nella fortezza bastiani
dalle azzurre piastrelle.
attivare il congegno geniale
spalancare i bastioni.
dirompe la fonte
dalla diga,
l'impeto trattenuto in pancia,
sfocia nel torbido vestibolo
ricco di fermenti lattici stecchiti.
come grosse unte macchie,
i peccati vengono sgrassati via.
puri, in pace
con i nostri scafandri anatomici,
arrendiamo le nostre difese
all'assedio
-libero.
avanti il prossimo-
bevve senza fine e come di tutto era colmo, bevendo traboccava.
Il secolo lungo di pagina 138: decomposizione di un difetto.
La situazione non lasciava spazi a molte discussioni. La cultura era oramai percepibile come un mezzo espressivo che stava esaurendo motivazioni e ragion d’essere.
Invece, genialmente lui sbagliava.
Nel corso di una vita tridimensionale ha vissuto un numero incredibile di rivoluzioni. Assorbendo e assumendo gli aspetti più vari si è trasformato di continuo, rinascendo ogni volta diverso. Per i conservatori che consideravano la cultura solo quella realizzata da uno scalpello, si è snaturato. Altri invece, pensano e riflettono, che continuare a percorrere quella strada, ripetendo in qualche modo una straordinaria produzione, una volta ed è sempre una volta, non abbia senso, perché è solo un’espressione del suo tempo. E giudicano affascinanti le invenzioni, diversissime tra loro, anche se nessuno realizza materialmente la propria idee. La cultura degli ultimi quarant’anni è diventata sempre più concettuale, creando aperture ad un’esperienza di luce, a installazioni, mentali immateriali, di dimostrazione di flussi anche lì dove la staticità sembra regnare indiscussa.
E il primo a rompere davvero tutte le regole della cultura dai remi tradizionali è stato lui, da quando realizzò una serie di risposte semplicemente cambiando destinazione d’uso dei pensieri più comuni.
Una porta bianca. Assorbente.
INTERAZIONE N. 1
Prendo posto su una panca distrattamente appoggiata di traverso rispetto alla stanza; lentamente la sistemo in modo da essere parallela rispetto alle pareti: un perfetto cubo bianco. Il legno stride per un istante sul mandorlato tirato a lucido, effetto glitter che fa rimbalzare lo sguardo lontano, accecata da questa esortazione invadente in acciaio.
L’eccesso di escursione termica mi secca la gola, raschiando le poche intenzioni verbali, ridotte ad un cumulo di ossa. E inizio ad avvertire un fastidio pruriginoso intorno al collo, provocato dalla lana grezza della mia sciarpa. Libero il nodo e sprofondo in un effetto claustrofobico da assenza di confini.
Il paradosso è una condizione indispensabile di sopravvivenza, a volte.
Il soffitto sembra un’intelaiatura di travi incastrate al cartongesso, minuti cassonetti che sembrano contenere lettere inscatolate singolarmente in attesa di neon ad illuminarle. Sospese in cerca di una manifestazione d’interesse da parte di un paio d’occhi volti verso l’alto, specchio di colore sopraggiunto anche solo da uno spiraglio di battiscopa mal riposto. Speculare al pavimento, simmetria perfetta nata solo da un gioco di specchi che alimenta l’immaginazione.
Tutto questo bianco, gesso e perla, esercita una inaspettata, improvvisa violenza. Ne consegue un desiderio di fuga indotto da un disagio: sono l’elemento distonico di un ambiente in cerca di perfettibilità.
Scongiurando la possibilità di essere al centro dell’attenzione, e della tensione, indugio su un mio personale dettaglio, assumendo un atteggiamento quasi miope, avvicinando le cuticole delle unghie alle ciglia. Quasi desiderassi, subconsciamente, un graffito permanente.
Autoipnosi da fobia da palcoscenico.
Occhio di bue.
O solitudine.
Perché in questa stanza non esiste null’altro che la percezione e l’esercizio della solitudine, per lustrare il ricordo. Scomposto, disordinato, in fase di decomposizione. Fa nulla, mi dico. Fa nulla. Recuperare. Questo fa la differenza.
Senza meccanica e senza metodo.
Non significa senza rituale.
Mai.
Il punto di partenza è, dunque, la lunetta delle unghie che potrei tramandare come eredità del mio passaggio, una firma in assenza di calcio, l’ultima riga casuale che lo smalto crema nasconde. Osteoporosi di una ragazza riflessa in uno spigolo di mano. E cheratina creativa attorcigliata intorno ad una ciocca di capelli da torturare con la saliva ancora asciutta.
Tricotillomania.
Deglutisco, e penso a qualcosa di liquido nel frigorifero.
La densità. Per osmosi.
Il latte che non bevo, non riesco neanche a misurarne l’odore e cercare di persuadere le mie ossa quando nei giorni umidi scricchiolano. Sono una sedia a dondolo sgangherata dalle infiltrazioni di umidità.
La bottiglia indispensabile per macchiare il caffè e non perforare lo stomaco.
E non riesco a percepire l’efficacia del latte neanche testando la sua consistenza tra le dita: un corpo freddo che surriscaldandosi matura in una pellicina increspata e vagamente trasparente, galleggiante nella tazza di ceramica bianca.
Appoggiata con l’idea di tepore allo spigolo della stanza, una nuvola mi ammacca la vista.
La cataratta del latte sulle mie ciglia.
La parola è abusata, lo so, ma nel cestino dei trucchi non manca mai: incurvante alla vitamina. E sempre bianco, in attesa di pannellatura, pennellature decise e lunghe nelle movenze, sinuose.
Ceramide, questo il segreto.
Sotto gli occhiali da sole.
Il mio maestro mi ha abbandonata in una sala con un soffitto alto e un mucchio di giornali per terra. Mi ha detto di lavorarci su, con un gioco di simulazione, come accarezzasse i miei fianchi, creta che partiva dalle mani, curate, perfette come un’ossessione che torna ciclica.
La tela è alta oltre due metri.
Mi sono fermata a pensare. Una ‘fermata a pensare’ – la dovrebbero inventare anche gli ingegneri del traffico. Per un cambio di direzione su cui c’è ancora da meditare. A riflettere sul lavorarci su. E ho capito che avrei potuto fare delle cose, originali e magari parlargli, sentire sotto la lingua lo spessore della mia voce congiunta alla sua, in una sovrapposizione di timbri slivellati, a rischio di stridere nel contatto stesso.
Attrito.
Detrito.
Denutrito.
Dentro.
Intriso.
Intonsa.
Questa la tela, incorniciata.
Questa la tana del ragno.
La tela è di lino e sotto le dita nasconde una sensazione sabbiosa, secca. Osservo le mie unghie. Palmo e dorso. Una sottile pellicola trasparente protettiva scorta le unghie nei loro percorsi, e qualche piccola goccia di olio di mandorle, ad ammorbidire i rischi di queste sigarette, montate sul bocchino bianco. Venti al giorno, se non lavoro. Altrimenti due pacchetti.
Ho rivestito la parete di cronaca andata, inchiostro calcografico, odore di petrolio. La mia salopette in jeans sbiadito raccoglie il passato a gocce colorate rapprese; una spallina non si chiude bene: la ruggine blocca il gancio e non scivola fino in fondo. Le braccia sono lucide di olio, aloe, per proteggere la pelle.
Darsi incondizionatamente alla propria idea è preparare se stessi al rito.
Fondamenta.
Ai piedi le Adidas, guanti impermeabili.
Dipingere è una probabile marea reciproca.
Uno dei due perderà l’altro, o forse perderà
qualcosa.
E perdendo, prenderà.
Preda in prestito.
I capelli sono raccolti in una crocchia scomposta e qualche mèche bionda sfugge al controllo di un
elastico ormai slabbrato. Inforco gli occhiali, quadrati trasparenti. La sigaretta espelle il fumo sottile, poggiata al posacenere, tavolozza di cicche e tentativi di rossetti.
Se il rossetto è un tentativo
dov’è la risposta
oltre l’azione?
Chiudo gli occhi.
Prima di espellere il respiro antecedente l’inizio.
L’iniziazione della tela.
L’imprimitura.
La resina, il biossido di titanio e l’acqua ragia aromatizzata all’arancia, il tutto per un estratto secco al 72%. Per definire la corposità.
Il pennello è piatto, una spatola trenta che mi segue in orizzontale e verticale, costruendo una maglia immaginaria a trama fitta, senza vie di fuga. Il gioco in altezza e lunghezza mi permette di catturare anche tutte le direzioni diagonali che potrebbero sfuggirmi in questo valzer di urgenza e perfezione.
Essere veloci e precisi.
Prima che metà si asciughi.
Tempismo e devozione.
Alla meta.
E trenta minuti d’attesa prima di tornare a lavorare con una nuova mano di bianco, di gesso, obiettivo una levigatura perfetta. Come per il make-up preparare la pelle, idratare un’idea in modo che sia perfettamente composita e chiara. Le prime ventiquattro ore lasciare decantare, da ipnotizzare i muri, rarefacendo l’aria e scolpendo il prossimo passo: mimetizzare il silenzio.
Trincea.
Verso.
Tutto il resto è in contemplazione.
Tranciato.
E sento i muscoli delle braccia e delle gambe estendersi, un esercizio a raggiungere gli angoli reconditi, mentre mi allungo per stendere la mistura di base. Anche se tutto è spalmato sulle mie intenzioni, creative e di futura interpretazione.
Sulla scrivania, affianco al resto, il cacciavite e una corda.
E tutti i toni della terra ad osservare, prima della prima spremitura.
Voglio un corridoio di terra verticale per far camminare il mio maestro sul muro.
E senza mai dirgli una parola.
L’accessibilità dell’arte è nell’interpretazione e nella libertà di muoversi intorno all’idea, plasmandola sugli stessi errori, ma in ogni caso metabolizzandola.
Prendo appunti.
Pretendo spunti.
Radicali e liberi.
Dall’esterno la luce perfora il soffitto. Lo sento, sui primi capelli bianchi del mancato desiderio di uscire, stesa, sospesa nel cielo come una maglia frullata dalla lavatrice. Esiste una possibilità di silenzio per quel centrifugare tessuti senza distinzione? I programmi, davanti al cestello che rotea ipnotico, come la televisione delle quattro del pomeriggio, che è solo un accavallarsi di gambe e glamour in plastilina.
Esiste una probabilità di eternità per il bianco appena uscito di fabbrica?
Tende al grigio, come queste pareti offuscate dal mio stesso guardare obliquo, incrinato dal timore di marcare il muro con una parola in più, di una nuance inattesa. Sulla punta degli anfibi, intrisi del fango delle aiuole calpestate per entrare, la vibrazione di un oblò riflesso sul pavimento e una croce di sbieco che nasconde due terzi di sofferenza, pali dove affliggere polsi.
Una stanza di sale, acre e spiacevole sulla lingua, ruvida e sgradevole, come le ali di un’ape che ha dimenticato il pungiglione in un lembo di carne e che impazzita fruga tra le sue righe alla ricerca di un corridoio d’espiazione. Possibilmente nero.
Tutto il resto è liscio, pareti intonse di passi mai compiuti. Come il latte sotto le dita, freddo e liscio; come il latte prima della cottura. Prima del suo sapore e del colore incolore.
Il limbo di una situazione da evolvere, in una qualsiasi maniera basta che.
Fatemi
Uscire
Da qui
Una supposizione.
Una casa rossotramonto dai tetti divelti e senza chiavi e tutte le porte sbarrate.
Fuori.
Dentro.
Una vasca da bagno gelata in superficie: mi sono addormentata dentro mentre.
Una presunzione.
La sposa precipitata in una pozzanghera. Bianco. Sporco, unto di fango.
La macchina del sole, la tua, produce calore sfruttando una fonte d’energia intrinseca, incastonata nel recondito, nel buio pesto tumefatto e che solo dopo aver subito ripetuti candeggi torna ad essere bianco. Dopo aver attraversato viali di polvere, riacquista candore apparente. Ma non innocente. Colpevole nella sua emanazione d’intensità percepibile al violento approccio del naso sul tessuto, caduta violenta e perdita di sensi.
Una vita smacchiata puzza di ipoclorito di sodio, acido ed inflessibile.
E senza risciacqui.
Il punto d’arrivo è un cassetto della biancheria in disordine, sfatto, che schiaccio tra il palmo della mano e la parete, la guida sganciata dall’assenza di vite e un bordo di pizzo di collant di terza scelta a segnalare la mancata chiusura.
Zip.
Chiusa.
Ermetica.
Mente.
Zip.
Le calze di una sposa non precipitata in una pozzanghera, perché mai arrivata all’altare.
Il cerchio è imbottito di petali vuoti e taglienti, richiamo ipnotico.
Aiuola metallica circondata da un fuoco albino, in cui saltare: la preda è una notte non commestibile dimenticata da un fast food di periferia, la scatola di cioccolate andate a male, scadute e aggrinzite nella sfoglia.
L’apparente quiete geometrica ricreata dalla panca in orizzontale è scheggiata dal rumore inevitabile per uscire da.
La macchina del sole.
Ripongo tutto in diagonale. Tutto come avevo trovato.
Come l’ultimo inquilino temporaneamente di passaggio nella mia ultima versione di vita.
Prima di intuire il presagio.
Non penso mai per paragrafi.
Io penso per graffi.
Please note: Supporto visivo @ Your sun machine, O. Eliasson, 1997 http://www.tate.org.uk/modern/exhibitions/eliasson/images/yoursunmachine.jpg
IAM
olio su tavola
48x60cm
© Miriam Fellini [*Morfina]
microsuite condominiale imperfetta
primo movimento
foto di gruppo
grappoli ad acini dispari.
cono d'ombra abbraccia
gli anni sparuti.
L'inquadratura
comprende qualche libro
letto e spremuto
a bordo letto.
secondo movimento
per le scale.
piano,
al piano,
un piano.
dita scivolano sui tasti
martelletti
-meccanica congiunge il senso-
percuotono il nervo dolente.
Note
come in cielo
così sul bloc notes,
a capo di un elastico per capelli.
sulla porta
un folletto
mangia polvere
e ripulisce tasche.
In cassetta,
tra tostapani e asciugacapelli,
se la ghigna la bolletta.
terzo movimento
Il pomo d'Adamo
scivola su e giu'
scandendo i piani
al tempo dell'ascensore.
Il cavedio jukebox
rigurgita melodie
dirette per l'occasione
dal maestro Mocio Vileda.
cessato il check,
Il "la" dello scarico diapason
ripristina l'equilibrio.
jennifer gentle\oneida
fiati,palloncini e tastierine giocattolo
sour
Res/i_duo, e mobile
e(') dunque: asporta'bile.
Qui comincia la lettera
I.
La finestra, a goccia a
Svena l’acqua, sviene e vuota
Il sangue a circolo chiuso
Corto e circuìto.
Un paio di occhi - sbagliati.
Questo sono (rimasta intatta):
Armadio e cassetto, compensata
E_eco del nome stesso mio,
Nelle notti d’autunno riconosco i denti
Dei lampioni, inflessione di vociluci.
Accetta, ti prego, il mio donoamore in forma
Smagliante di: Brand? New?
Lo scempio dei miei occhibattaglia.
So che con parole incollate,
La bocca impastata e ciglia rapprese
Aggancio l’errore col tacco rocchetto.
Stai composta e contro il muro.
La tapparella sarà
Rumore quando saremo tempo, e.
Sette paia di calze - bucate.
Alla finestra, smagliato il sorriso
Deriso, freschezza alpina e ammorbi_Dente
Sciogli il sangue nelle vene
Sceglimi sangue, e per le vene
Scioglimi (nodo inverso al vento).
Ora che, mutuato ho la voce alla
Assenza, a-senza, m’éssenza te
Recisa e indecisa, tremo, e di fretta
Gemo, il tuo essere tra_cotanti.
L’ennesimo regalo: un foro per spiarmi.
Quando il ghiaccio sepolto in una colonna
Verte, poco brillante riluce il nero.
Basta, esportare il bacino vicino
Vacilla. In posa, insicura, scarta, e le fuga
Il dubbio is(A): che ci fa la tua magliettabella
Nel primo cassetto biancocandido in alto a destra?
Hai condotto via, gladiatore, i cappotti lisi
Di vista miope: sì, spalle, accetto, la tua fuga
Minore. E smetto di misurarmi polso e pugno
desta:
Il cuore arreso
Smise di battere
Per lui
.
IAM 04_05









