Lovely lovely day. Un ritornello che si fissa in testa.
E lo canticchia come un imbecille. Con la faccia da ebete
e il colletto del cappotto allacciato fino sotto il mento.
Un po' corto, un po' maltese.
Camminando nell'archivio della coscienza. Come se fosse la Senna. Come se fosse l'Arno.
Con le luci mistiche, le ombre mistiche. Evocativo. Si. Educativo.
LA tela bianca
è un velo di stoffa cucito stretto sui fianchi della luna
perchè le copra i genitali,
perchè le copra
le notti avide
disposte a fottersi i suoi scampoli,
nello stomaco
le brame
Poi la luna
e lo strappo che la spogliò.
Le han disegnato le tette di Courbet
le han disegnato le mani
di Schiele,
L'hanno seduta sulle gambe
del giorno in cui i suoi peccati
facevano da coregrafia sbiadita
a una poesia
e davanti a tutti
se la scopava.-
Muovendo giusto i pensieri come burattini appesi a fili di saliva, in quell'oggi dove
non c'era altro.
Certo. L'idea di un dolcissimo pensiero.
L'intuizione il senso d'ebbrezza. L'ebbrezza. La metropolitana Ebbra.
La realtà stonata.
Agire. l'azione. Studiare due ore.
Dispensa. Qualcosa a cui dedicarsi.
A cui dedicarsi.
A cui dedicarsi.
A cui dedicarsi.

...
olio su tela 34x74 cm
© Viola DI Massimo
Scese di uno scalino più sotto. La mano della donna dalle unghie non laccate poggiava sulla schiena grigia d'una giacca, troppo consunta da essere smessa, e la testa pendeva sul suo braccio bianco dalla curiosa appendice crepitante. Era scura di nebbia. Non si vedeva del suo corpo, nascosto da quello dell'uomo di mille altri sogni, che una linea di colore, l'abito gualcito stampato, chiaro su fondo blu. La mano contratta contrastava l'abbandono della testa, della massa di capelli sparsi sul ricurvo delle braccia un poco storte. Le mani di lui si contraevano sui seni, piccoli, prominenti, carnosi, gonfi di un fluido vivido,a cosa paragonare la sensazione, nessun frutto può darla, il frutto non ha quell'assenza di temperatura, il frutto è freddo, e quell'adattamento perfetto alla mano, la punta un poco più dura si incastrava perfettamente alla base dell'indice e il medio, nel piccolo vuoto di carne. Gli piaceva che prendessero vita sotto la sua mano, esercitare una minima pressione da destra a sinistra, dalla punta delle dita alla palma, e piantare le falangi allargate nella carne di lei, fino a sentire i tubicini trasversali delle costole, fino a farla mordere per vendetta la spalla più vicina, la destra, la sinistra, non serbava cicatrici, lei lo interrompeva sempre, per passare a carezze più distese, che non lasciavano alle mani quell'indispensabile nuova voglia di stringere, di far scomparire nelle mani quelle assurde sporgenze di carne, e ai denti il desiderio amaro di masticare quella morbida elasticità di fiore intoccato. Trasalì scendendo un altro scalino ben più sdrucciolo, di lucidi fili nerastri. Le sue dita ricordavano il rumore delle onde sul ghiaino minuto non ancora davvero sabbia, quello che lui sentiva strofinandosi lentamente i capelli, sottili come peli all'interno delle orecchie di un gatto, dietro alle orecchie, ora sorde allo scrosciare canticchiante dell'acqua. Continuò comunque a scendere, non sottraendosi all'ironia di superfici mancanti.
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Figlia dell'aria
olio su tavola-60x80 cm
©Miriam Fellini [*Morfina]
i mille mestieri di chi non é poeta
Tu che per mestiere decolori le piante,
le agavi e le spine te le conficchi
come arcolaio tra le labbra,
tu che mi sanguini addosso
la violenza dei temporali
che sfregiano il cielo,
lo vomitano conchiglia sputando frammenti
chiamati asteroidi;
s’ingabbiano le vele delle barche,
frustando i falsi idoli, i miraggi,
le gote di Poseidone,
le perfidie del vento
che fa cattedrale di quel silenzio
rapito in totalità o tonalità d’ombra;
le secche su cui annusare strali
di grigio polvere.
Tu che per mestiere anneghi i becchi degli aironi
Lungo la sabbia che m’incidi nettare di vomito
Su per il naso, che odi ossessionarti
La mente sul pensiero costante dell’astrazione,
Tu che per mestiere mi mescoli in gola calmanti
E col rasoio di tuo padre sgorghi anfetamina
Dagli occhi pagani pur di sentirti esagerata,
posseduta, sedotta.
Tu che per mestiere t’inventi sesso ogni mattina
E con le lenzuola ancora intrecciate al midollo
Evapori la tua sete seducendo gli alisei.
Tu che per mestiere conti le volte
In cui ho sbagliato strada a portarmi dritto
Nella tua mente,
che mi rimproveri gli istanti sballati
con cui ho ammalato il vino fra noi,
in cui ho sintetizzato piante grasse,
leccando le radici, la rena.
Tu che per mestiere hai coltivato bonsai
Sulla voliera adibita a giardino
Della Sirenetta e la mia fronte
Che qualche vandalo ha derubato di rimmel.
Tu che per mestiere mi dici di non credere in dio
E ti rispondo neanche io,
ma insieme posiamo preservativi sulla chiesa,
pieni di quello sperma che avremmo colato
al rintocco di calendule.
Tu che per mestiere costruisci archi, ma non frecce
E l’unica punta è il caffè che schiaffi in melodia
Ogni mattina,
volendoti piangere la risacca del mare nello stomaco,
che quando ti apriranno all’obitorio dei vivi
mescolerai gli organi per farti beffe
di chi ti credeva come loro;
ti troveranno in pancia il cuore di Napoleone
con la vena intrufolata nel mezzo, come una mano,
la milza di Jim Morrison che canta
fuochi accesi alla fine del deserto,
un polmone di Dalì con sbuffo di rondine
a ricordarti di scopare la libertà
come fosse l’ultimo amante
ancora nudo nel letto,
l’altro di Van Gogh,
perché s’ascolti il fruscio dei corvi nel grano
con l’orecchio sgozzato,
pendulo, emarginato,
la milza di Truffaut,
perché ti ricordi di amare le donne più dei maschi,
che gode, essa, 400 volte al minuto
e se fossero 399 sarebbe infarto,
il sangue di un infetto malato di tisi,
sifilide o aids
e lo assaggerei senza sentirmi necrofilo,
ma semplicemente tendente
all’immersione a sputo
nella vita che si sfalda,
le vene di un canarino per fartele cantare
di tentacoli disarmonici,
le arterie di un istrice per pungerti da dentro
e piangerti all’esterno singhiozzi decibel.
Tu che per mestiere t’avvolgi i miei testicoli al collo
Poi li lecchi, poi ti lecchi,
poi e i poi di ieri han cadenze malate dei poi di domani.
Tu che per mestiere non farai mai l’impiegata,
forse l’idraulica gli ultimi due minuti di vita
o i primi due,
dipende dalla collocazione temporale dell’esistenza.
Tu che per mestiere hai scritto sui muri
Che, alla vita eterna preferisci un eterno orgasmo,
che hai colato inchiostro fra le gambe,
perché quando ti filtrassi la mia lingua là, per l’appunto,
lasciassi ombre di sillabe,
vestali di vocali
che, pur svogliate,
s’incontrano nei caffè parigini,
s’incontrano nei caffè dai poeti addormentati
lungo gli argini dei fiumi.
Tu che per mestiere dirotterai aerei per l’arcobaleno,
scalerai lune, stanca di stelle,
vedrai cadere grattacieli dalla consistenza di spilli.
Tu che per mestiere scriverai su ogni mia ombra o orma
Le struggenti emozioni di due poeti lontani

Orna P.
2005 © Luca Saverio Beolchi
[ *karmarevolution]
5/4 di luna, in-dis-solubile.
Così ora mi domandi di un semplice quesito
Diretto da una magistrale regina scenica
Se impunto la penna, e con tutte le piume
D’azzardo indosso un finto boa, o pitone
Mascherandomi da damina indaffarata, travisata.
No no, annuisco di testa convinta e rimetto
In fretta sul balcone la cena fredda di un Natale
Ripieno come un tacchino stelle strisce e toupè
Con la ruota a pavone sull’asfalto altro lastricato
A paillettes opacissime, desaturata a mò d’arancio.
Occhei. Lo riconosco, certo: questo è il tuo dire affiabulando.
Una radiografia telefonica quotidiana a partire dalla prima
Sillabracadabra. Che vuol dire. Che so. So. Parlarti delle tue
Parole, con le parole tue. Appartenute alla cadenza di una O
Très chic, extracontinental, terra frema da fermacarte.
E ora io, invece, in sete di riconoscimento da scarsa autostima.
Disseminami, e dissetami, di un’acqua insolubile e dimmi
Indissolubile questa placenta addensante, che non si sa come
Anche senza rosa e valigia aranciata io avrei saputo saperla, vaniglia.
Disperate le fiches, Signora la mia Comare, la sfido al
Giogo: faccia di me un tarocco, un inganno, Orangerie, e un vaso di Te
Da rinchiudere nella scatola delle scarpette rosse fine di
Anno, in compagnia di una giacca destrutturata dal serio colore
Bianco / Nero
Sì, che non esisto in una versione di grigio, Arman
Amami, praticamente, come sono in punta di piedi
Smaltati, poco prima dell’apertura del cancello fatale
Nero, o/è che sBianco
Ma non grigio
Di tanta bellezza protratta nel tempo che
Crederci è meraviglia pura, candita. Come
Mele, alla fiera dei balocchi con le dita alle
Labbra stonate e vento a spettinare chiome
E mai grigie
Piuttosto, un velo cachemire a donarle
In un nastro che disseta e un biglietto
Manoscritto malamente tremante
Per saperLe dire ora E non poi che so
So da quale odore lei mi è Pervenuta
Raccomandata di ritorno in un bicchiere
Flute, mi si scusi, traboccante di champagne
Barriccato, se possibile, Perlage ammiccante
Mentre A. S., nella vecchia antica pelliccia,
Aspetta me in macchina, a motore innescato.
Boooooooooooooooooooooooooooooooooooooom!
IAM 05
2N
__ O _ _
Forse esisto
solo nel momento in cui
eccessi di parentesi
creano strutture d'opposti
attratte in baci
d'altri tempi
Quando
preferisc(hi)o introdurmi
in ogni parola che
non ha senso
se non ne acquista
il valore contrario
Quando
la libertà d'espressione
di questi miei lobi
in valzer
si confonde in poesia
diventando sperimenta(l)[A]zione
.
[*VenusInFurs]
Tu dov’eri quando facevo a pezzi il fiume,
forse su quel ponte
sospeso tra assi d’acero e spesse corde
che ho risparmiato
dagli avidi divoratori del buio
che acidi raschiano le mie impronte...
si
FORSE ERI CON LORO...
*
Adesso Scommetto sul tuo prossimo rifugio carnoso
...Sembri Turbata...
Tuonano le risaie
è soddisfazione
Tra campi incolti
Un Esplosione
Solare scivola
Dentro edifici
Altrimenti vuoti
...Sembri Sconvolta...
Membra create e spazzate
sfiora labbra d'anima amara
d'umanità finita
Spezzata nei gesti
di costruzioni millenarie
...sembri agitata...
Rifletti eterno Egoismo
solo nostro
Allegro Egoismo
Credimi
Cesseranno Mercificazioni
Cresceranno nuove Ali ombra
Adesso Scommetto sul tuo prossimo respiro sereno
Se Ancora vuoi dimenticare
SENTI
(Fremito di desiderio)
Se Ancora vuoi dimenticare
MENTI
(sul timore deleterio di vuoto appreso)
fermato da una valanga di vita svestita da buone intenzioni.
I Venti donano diffusi odori di candele e pernottamenti
accesi nel confuso mistero della casa fondata sopra
terra scavata da veloci dita sottili.
Mani
che reggono distratte Costumi e movimenti sospesi
nella disperata fuga di memorie ostili
come piaghe in ruvide carni intese al semplice
Tatto
Tutto è perdita di qualsiasi verità
FatalmentE SicurezzA
mentre ancora vuoi cancellare il ricordo vissuto
d'altri germogli sotto le narici e scopri ingorda
il limite pentorio,
sopravvivenze in autovoscienze
che pelle hai?
L’immagine è fredda il gesso ne disegna il contorno
si
Olografia libera d'orbitare nei vuoti
lontano è Fata(Cielo abbattuto)
vicina è Opalescenza(Sabbia ardente)
*
C’ERANO lati diseguali di un ortagono
coltivato a begonie e danze del ventre,
Mangiavo le prime e sorseggiavo le seconde
c’erano le case di legno e tetti di palma
le falene finivano sulla cera delle candele...
ma
FORSE ERI CON LORO...
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"Il PuBBliCo"
2005 - olio su juta
©Viola Di Massimo
www.violadimassimo.com









