29/09/2005



Lovely lovely day. Un ritornello che si fissa in testa.
E lo canticchia come un imbecille. Con la faccia da ebete
e il colletto del cappotto allacciato fino sotto il mento.
Un po' corto, un po' maltese.
Camminando nell'archivio della coscienza. Come se fosse la Senna. Come se fosse l'Arno.
Con le luci mistiche, le ombre mistiche. Evocativo. Si. Educativo.

LA tela bianca 
è un velo di stoffa cucito stretto sui fianchi della luna
perchè le copra i genitali,
perchè le copra
le notti avide
disposte a fottersi i suoi scampoli,

nello stomaco
le brame

Poi la luna
e lo strappo che la spogliò.

Le han disegnato le tette di Courbet
le han disegnato le mani
di Schiele,

L'hanno seduta sulle gambe
del giorno in cui i suoi peccati
facevano da coregrafia sbiadita
a una poesia
e davanti a tutti
se la scopava.-

Muovendo giusto i pensieri come burattini appesi a fili di saliva, in quell'oggi dove
non c'era altro.
Certo. L'idea di un dolcissimo pensiero.
L'intuizione il senso d'ebbrezza. L'ebbrezza. La metropolitana Ebbra.
La realtà stonata.

Agire. l'azione. Studiare due ore.
Dispensa. Qualcosa a cui dedicarsi.

A cui dedicarsi.
A cui dedicarsi.
A cui dedicarsi.
scrive sileno alle 01:13 | link | commenti (3)


21/09/2005

                           
                            ...
           olio su tela 34x74 cm
            © Viola DI Massimo
scrive sileno alle 22:07 | link | commenti (2)


19/09/2005
DOWN

Scese di uno scalino più sotto. La mano della donna dalle unghie non laccate poggiava sulla schiena grigia d'una giacca, troppo consunta da essere smessa, e la testa pendeva sul suo braccio bianco dalla curiosa appendice crepitante. Era scura di nebbia. Non si vedeva del suo corpo, nascosto da quello dell'uomo di mille altri sogni, che una linea di colore, l'abito gualcito stampato, chiaro su fondo blu. La mano contratta contrastava l'abbandono della testa, della massa di capelli sparsi sul ricurvo delle braccia un poco storte. Le mani di lui si contraevano sui seni, piccoli, prominenti, carnosi, gonfi di un fluido vivido,a cosa paragonare la sensazione, nessun frutto può darla, il frutto non ha quell'assenza di temperatura, il frutto è freddo, e quell'adattamento perfetto alla mano, la punta un poco più dura si incastrava perfettamente alla base dell'indice e il medio, nel piccolo vuoto di carne. Gli piaceva che prendessero vita sotto la sua mano, esercitare una minima pressione da destra a sinistra, dalla punta delle dita alla palma, e piantare le falangi allargate nella carne di lei, fino a sentire i tubicini trasversali delle costole, fino a farla mordere per vendetta la spalla più vicina, la destra, la sinistra, non serbava cicatrici, lei lo interrompeva sempre, per passare a carezze più distese, che non lasciavano alle mani quell'indispensabile nuova voglia di stringere, di far scomparire nelle mani quelle assurde sporgenze di carne, e ai denti il desiderio amaro di masticare quella morbida elasticità di fiore intoccato. Trasalì scendendo un altro scalino ben più sdrucciolo, di lucidi fili nerastri. Le sue dita ricordavano il rumore delle onde sul ghiaino minuto non ancora davvero sabbia, quello che lui sentiva strofinandosi lentamente i capelli, sottili come peli all'interno delle orecchie di un gatto, dietro alle orecchie, ora sorde allo scrosciare canticchiante dell'acqua. Continuò comunque a scendere, non sottraendosi all'ironia di superfici mancanti.
scrive thespleen alle 23:40 | link | commenti (3)


18/09/2005


                               Figlia dell'aria
                   olio su tavola-60x80 cm
                     ©Miriam Fellini [*Morfina]
scrive sileno alle 19:14 | link | commenti (3)


16/09/2005

 

i mille mestieri di chi non é poeta

 

 

Tu che per mestiere decolori le piante,

le agavi e le spine te le conficchi

come arcolaio tra le labbra,

tu che mi sanguini addosso

la violenza dei temporali

che sfregiano il cielo,

lo vomitano conchiglia sputando frammenti

chiamati asteroidi;

s’ingabbiano le vele delle barche,

frustando i falsi idoli, i miraggi,

le gote di Poseidone,

le perfidie del vento

che fa cattedrale di quel silenzio

rapito in totalità o tonalità d’ombra;

le secche su cui annusare strali

di grigio polvere.

Tu che per mestiere anneghi i becchi degli aironi

Lungo la sabbia che m’incidi nettare di vomito

Su per il naso, che odi ossessionarti

La mente sul pensiero costante dell’astrazione,

Tu che per mestiere mi mescoli in gola calmanti

E col rasoio di tuo padre sgorghi anfetamina

Dagli occhi pagani pur di sentirti esagerata,

posseduta, sedotta.

Tu che per mestiere t’inventi sesso ogni mattina

E con le lenzuola ancora intrecciate al midollo

Evapori la tua sete seducendo gli alisei.

Tu che per mestiere conti le volte

In cui ho sbagliato strada a portarmi dritto

Nella tua mente,

che mi rimproveri gli istanti sballati

con cui ho ammalato il vino fra noi,

in cui ho sintetizzato piante grasse,

leccando le radici, la rena.

 Tu che per mestiere hai coltivato bonsai

Sulla voliera adibita a giardino

Della Sirenetta e la mia fronte

Che qualche vandalo ha derubato di rimmel.

Tu che per mestiere mi dici di non credere in dio

E ti rispondo neanche io,

ma insieme posiamo preservativi sulla chiesa,

pieni di quello sperma che avremmo colato

al rintocco di calendule.

Tu che per mestiere costruisci archi, ma non frecce

E l’unica punta è il caffè che schiaffi in melodia

Ogni mattina,

volendoti piangere la risacca del mare nello stomaco,

che quando ti apriranno all’obitorio dei vivi

mescolerai gli organi per farti beffe

di chi ti credeva come loro;

ti troveranno in pancia il cuore di Napoleone

con la vena intrufolata nel mezzo, come una mano,

la milza di Jim Morrison che canta

fuochi accesi alla fine del deserto,

un polmone di Dalì con sbuffo di rondine

a ricordarti di scopare la libertà

come fosse l’ultimo amante

ancora nudo nel letto,

l’altro di Van Gogh,

perché s’ascolti il fruscio dei corvi nel grano

con l’orecchio sgozzato,

pendulo, emarginato,

la milza di Truffaut,

perché ti ricordi di amare le donne più dei maschi,

che gode, essa, 400  volte al minuto

e se fossero 399 sarebbe infarto,

il sangue di un infetto malato di tisi,

sifilide o aids

e lo assaggerei senza sentirmi necrofilo,

ma semplicemente tendente

all’immersione a sputo

nella vita che si sfalda,

le vene di un canarino per fartele cantare

di tentacoli disarmonici,

le arterie di un istrice per pungerti da dentro

e piangerti all’esterno singhiozzi decibel.

Tu che per mestiere t’avvolgi i miei testicoli al collo

Poi li lecchi, poi ti lecchi,

poi e i poi di ieri han cadenze malate dei poi di domani.

Tu che per mestiere non farai mai l’impiegata,

forse l’idraulica gli ultimi due minuti di vita

o i primi due,

dipende dalla collocazione temporale dell’esistenza.

Tu che per mestiere hai scritto sui muri

Che, alla vita eterna preferisci un eterno orgasmo,

che hai colato inchiostro fra le gambe,

perché quando ti filtrassi la mia lingua là, per l’appunto,

lasciassi ombre di sillabe,

vestali di vocali

che, pur svogliate,

s’incontrano nei caffè parigini,

s’incontrano nei caffè dai poeti addormentati

lungo gli argini dei fiumi.

Tu che per mestiere dirotterai aerei per l’arcobaleno,

scalerai lune, stanca di stelle,

vedrai cadere grattacieli dalla consistenza di spilli.

Tu che per mestiere scriverai su ogni mia ombra o orma

Le struggenti emozioni di due poeti lontani

 

 

 

 

 

 

scrive FetoMobile alle 11:21 | link | commenti (5)


13/09/2005

        
                                Orna P.

              2005 © Luca Saverio Beolchi
                       [ *karmarevolution]
scrive sileno alle 19:26 | link | commenti (2)


12/09/2005

 

 

 

5/4 di luna, in-dis-solubile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così ora mi domandi di un semplice quesito

Diretto da una magistrale regina scenica

Se impunto la penna, e con tutte le piume

D’azzardo indosso un finto boa, o pitone

Mascherandomi da damina indaffarata, travisata.

 

 

No no, annuisco di testa convinta e rimetto

In fretta sul balcone la cena fredda di un Natale

Ripieno come un tacchino stelle strisce e toupè

Con la ruota a pavone sull’asfalto altro lastricato

A paillettes opacissime, desaturata a mò d’arancio.

 

 

 

 

 

 

Occhei. Lo riconosco, certo: questo è il tuo dire affiabulando.

Una radiografia telefonica quotidiana a partire dalla prima

Sillabracadabra. Che vuol dire. Che so. So. Parlarti delle tue

Parole, con le parole tue. Appartenute alla cadenza di una O

Très chic, extracontinental, terra frema da fermacarte.

 

 

 

 

 

 

E ora io, invece, in sete di riconoscimento da scarsa autostima.

Disseminami, e dissetami, di un’acqua insolubile e dimmi

Indissolubile questa placenta addensante, che non si sa come

Anche senza rosa e valigia aranciata io avrei saputo saperla, vaniglia.

 

 

 

 

 

 

Disperate le fiches, Signora la mia Comare, la sfido al

Giogo: faccia di me un tarocco, un inganno, Orangerie, e un vaso di Te

Da rinchiudere nella scatola delle scarpette rosse fine di

Anno, in compagnia di una giacca destrutturata dal serio colore

 

 

 

Bianco / Nero

Sì, che non esisto in una versione di grigio, Arman

Amami, praticamente, come sono in punta di piedi

Smaltati, poco prima dell’apertura del cancello fatale

Nero, o/è che sBianco

 

 

 

 

 

 

Ma non grigio

Di tanta bellezza protratta nel tempo che

Crederci è meraviglia pura, candita. Come

Mele, alla fiera dei balocchi con le dita alle

Labbra stonate e vento a spettinare chiome

E mai grigie

 

 

 

Piuttosto, un velo cachemire a donarle

In un nastro che disseta e un biglietto

Manoscritto malamente tremante

Per saperLe dire ora E non poi che so

So da quale odore lei mi è Pervenuta

Raccomandata di ritorno in un bicchiere

Flute, mi si scusi, traboccante di champagne

Barriccato, se possibile, Perlage ammiccante

Mentre A. S., nella vecchia antica pelliccia,

Aspetta me in macchina, a motore innescato.

Boooooooooooooooooooooooooooooooooooooom!

 

IAM 05

2N

 

 

 

 

scrive Isabellaqueen alle 11:25 | link | commenti (2)


11/09/2005



__ O _ _

Forse esisto
solo nel momento in cui
eccessi di parentesi
creano strutture d'opposti
attratte in baci
d'altri tempi

Quando
preferisc(hi)o introdurmi
in ogni parola che
non ha senso
se non ne acquista
il valore contrario

Quando
la libertà d'espressione
di questi miei lobi
in valzer
si confonde in poesia
diventando sperimenta(l)[A]zione
.

[*VenusInFurs]
scrive sileno alle 00:44 | link | commenti (2)


09/09/2005

Tu dov’eri quando facevo a pezzi il fiume,

forse su quel ponte

sospeso tra assi d’acero e spesse corde

che ho risparmiato

dagli avidi divoratori del buio

che acidi raschiano le mie impronte...

si

FORSE ERI CON LORO...

*

Adesso Scommetto sul tuo prossimo rifugio carnoso

...Sembri Turbata...

Tuonano le risaie

è soddisfazione

Tra campi incolti

Un Esplosione

Solare scivola

Dentro edifici

Altrimenti vuoti

...Sembri Sconvolta...

Membra create e spazzate

sfiora labbra d'anima amara

d'umanità finita

Spezzata nei gesti

di costruzioni millenarie

...sembri agitata...

Rifletti eterno Egoismo

solo nostro

Allegro Egoismo

Credimi

Cesseranno Mercificazioni

Cresceranno nuove Ali ombra

Adesso Scommetto sul tuo prossimo respiro sereno

Se Ancora vuoi dimenticare

SENTI

(Fremito di desiderio)

Se Ancora vuoi dimenticare

MENTI

(sul timore deleterio di vuoto appreso)

fermato da una valanga di vita svestita da buone intenzioni.

I Venti donano diffusi odori di candele e pernottamenti

accesi nel confuso mistero della casa fondata sopra

terra scavata da veloci dita sottili.

Mani

che reggono distratte Costumi e movimenti sospesi

nella disperata fuga di memorie ostili

come piaghe in ruvide carni intese al semplice

Tatto

Tutto è perdita di qualsiasi verità

FatalmentE SicurezzA

mentre ancora vuoi cancellare il ricordo vissuto

d'altri germogli sotto le narici e scopri ingorda

il limite pentorio,

sopravvivenze in autovoscienze

che pelle hai?

L’immagine è fredda il gesso ne disegna il contorno

si

Olografia libera d'orbitare nei vuoti

lontano è Fata(Cielo abbattuto)

vicina è Opalescenza(Sabbia ardente)

*

C’ERANO lati diseguali di un ortagono

coltivato a begonie e danze del ventre,

Mangiavo le prime e sorseggiavo le seconde

c’erano le case di legno e tetti di palma

le falene finivano sulla cera delle candele...

ma

FORSE ERI CON LORO...

scrive a_999 alle 20:37 | link | commenti (4)


08/09/2005


                     "Il PuBBliCo"

                  2005 - olio su juta
                 ©Viola Di Massimo
            
    www.violadimassimo.com
scrive sileno alle 13:45 | link | commenti (1)