30/11/2005




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  olio su tela
 © Viola DI Massimo
scrive sileno alle 23:23 | link | commenti (1)


28/11/2005

Cammino a fatica. Musiche baltiche, popolari, voci di chitarre e flauti. Echeggiano angoli in disuso. Angoli di vomiti secchi portati alla luce. Note sapienti incantano e coprono forti odori di urine.

Esterno giorno. Nuvoloso e freddo. Cravatte e borse rincorrono i treni. E salutano e si toccano le mani. Sporchi, vecchi e seduti tra cartoni di vino,mendicanti illustri incrociano con autorevole abbandono. Note m’abbracciano e sfumano dietro al muro. Attimi, istanti eterni, mi consegnano a un nuovo motivo quattro metri più avanti.

Metri che sono chilometri. Chilometri che sono la Grecia al caldo cantato da mille cicale di un sole che tatua la pelle. La vita. La mia vita. Pagine e pagine una sull’altra. Oggi in soffitta a corredo dei sogni.. sorrido amaro di retrogusto nero pensando a risvegli forzati. Mesi e anni andati a comporre un calendario inutile e vuoto. Pagine gialle. Come dita di pescatori incalliti.

Tradizioni fallite, tramandate a fatica da compagini in lotta con qualunquismi emergenti.

Meriti screditati e non più riconosciuti. Resi inagibili da chi lascia la presa di arrivi appiattiti come sgravi fiscali. Talento sciupato, delle lunghe giornate buie,  passate davanti a tele e spartiti. Duri, penosi, rabbiosi esercizi per arrivare solo a bere e a dimenticare. E dimenticare ancora..

Giovane e vecchia, eterna usanza che mortifica i capaci.

Quasi irrisi. Violini che sfidano il gelo di cuori inetti disperdono linfa per poeti, loro che approvano ancora. Oggi così vuoti a perdere, come bottiglie di vetro.

scrive polena1974 alle 11:40 | link | commenti (2)


26/11/2005

 Solipsismo

Solipsismo onirico e delirante che si sbrodola addosso.

Pensieri pensati senza cappotto.

Scrittura automatica.Come automatico è il fluire dei pensieri.

Pensieri insensati. O così sensati da apparire ingenui ed inutili. Avvallati da un abbandono irrazionalistico e disordinato che sfugge alla prigionia di un diligentismo astuto e qualunquista.

Tossisco. Poi borbotto. Infine intervengo, parlando di un discorso solo pensato e subito interiorizzato per meglio essere espresso. Sintesi di un ricercato linguaggio liberato dalla parola incatenata al suo promiscuo senso. Arbitrio!

 Azione e retroazione del pensare sul pensato. Del detto sul fatto.

In un passeggiare solitario imbocco la strada attraverso la quale l’io ritrova se stesso.

Si incarna e reincarna in esperienze molteplici e svincolate. Vincolanti però nel midollo dall’idea stessa (taciuta) dell’agito rimescolato al mai osato e all’accidentalmente sfuggito. E.

Poesia nella mente che gode del non riuscire a liberarsi. Come lo sguardo che cerca e che parla di sé al riparo da una interiorità che non provenga dall’occhio.

Misticismo profano tra un discorso spiacevole ed uno spiacevolmente contratto nello scontro dissimulato tra una verità ed una certezza sbiadita in impressione. Volutamente. O incautamente. O.

 

Come una ballata triste ed incompiuta.

Come grida isteriche che graffiano le nuvole.

scrive garbo alle 13:54 | link | commenti (2)


24/11/2005


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olio su tavola-60x80 cm
©Miriam Fellini
[*Morfina]
scrive sileno alle 00:39 | link | commenti (3)


22/11/2005

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BOUQUET DI NUVOLE

Solo dopo aver scostato
il vestito corto della luna,
per sbirciare che effetto fa
vestirsi di stelle

chiudo gli occhi
per raccoglierne un mazzo,
un (bi)sogno da spargere
senza più soffitto



Perché ho un bouquet di nuvole
poggiato sul comodino,
come una trappola tesa
a raccogliere il bianco
di quest'incubi
costretti attorno ai polsi

Qui dove casa
non chiede ma impone,
qui dove nessuna conchiglia
ha piega materna
perché il mare non ha suono
se non lo supera di volume



Avrei voluto esser perfetta come cielo
per disegnare nel tramonto
ciò che gelosia chiede a sospetto,
quella mano gentile
da cui spremere l'alba di un mattino
senza ricordi

ma pane del giorno
non è speranza se incompresa,
come padre non abbraccia il figlio
macchiato dal suo nome
che lo sogna



Anche giostra d'emozioni
a volte arriva al capolinea,
dove non esce più dolore
se non per mungere dal cielo
ultima lacrima
d'altra porta chiusa

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scrive FiloDelRicordo alle 09:05 | link | commenti (2)


20/11/2005
 

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      Olio su tela 60x80
       © Stefania Castoldi
scrive sileno alle 22:50 | link | commenti


17/11/2005

(Scritto informe che vive in una pagina. In una lettura. Non in una casa . Preferisce mendicare per strada...e sussurrare nel lobo.)

 Godevole leggerezza

 

Appannata.  A passi lenti. Su isteriche poltrone gialle.

Ho un decimo di secondo che si fa vedere.

Chiudo gli occhi. E ogni impulso interiore si mostra nella sua fisicità che ha una concretezza solo visionaria.

Chiudo gli occhi. E resto immobile.  Buffamente avvolta in leziosità espressive.

Spalanco gli occhi. E resto immobile. Tra sorrisi sparsi. Tra fibre ottiche che si svelano.

Senza aria affondo nell’impazienza di gesti e smorfie appassionate.

Salti e piroette.

Splendido e astratto un lampo bianco mi lascia oscillare tra ricordi di cielo e terra. E gigli d’acqua che profumano di purezza ostentata liquida e suadente. Che affogano in vortici di smalto. Come  i miei occhi succubi e vertiginosi. Come in attesa di un miracolo.

 

 

Zapping tra parole e trilli di telefono e citofono:-da me a me- musa ausiliaria la tv.

 

 

Messaggi di fumo.

Odore di caffè negli occhi. E cappuccino senza cacao.

Odore di termosifoni accesi. Di sonno bucato da un risveglio acerbo. Di sguardi appesi che stridono sincronici. In equilibrio precario su discorsi interrotti ininterrottamente.

Parole tra singhiozzi e tremolanti accenti in frasi che non sanno dove finire. I punti restano aperti. Come molliche di pane per ritrovare la strada delle comunicazioni indissolte. Consumate nell’interruzione di fiati caldi sul collo stretto da abbracci.

E le mani si cercano e respingono e intrecciano. In dissolvenza. Nel continuo fluire di un non-sapere. Di un non-restare. Rimasto. Seppure incerto. Tra una partenza e l’altra.

E gli addii si stringono incalzanti come inquieti saluti quotidiani:  non vado via. Ma non resto. Ma non so più dove sono. Ma.

 

 

In equilibrio precario su un dolce malessere.

 

 

Godevole leggerezza tra una vertigine e uno schianto.

scrive garbo alle 23:36 | link | commenti (2)


16/11/2005
cranio e piombo

polpastrelli in corsa, correre fatto d'anidride disciolta, incespichi ma danzi la giga tattile, t'inghiotti troppo sbandato, non più di una stringa slacciata, trascurabile. Dolcezza nel bolo che trangugi ben cotto, un tripudio veloce trapassa la carne, una nuova qualità di dolore se vuoi sparire e cancellarti; nel lusso spiegalo al coro, questo canto ragionevole della farsa recitata da tutti. Apprezziamo senza vertigine la vastità dell' indifferenza. Quanto alla felicità, soffierei: la mia durezza mi fa debole e poco pesante, vola alto, più lontano, via dall'azione se carità, ragione semplice comparsa, fiele peruno: c'è bisogno di poca necessità, più cranio di brace, dei crani reali, lucidi, fa' vacillare il cervello in seno alla sua scienza. Il compatimento non ci fa pronti, il lavoro lo conosco: è troppo semplice e fa troppo caldo; faranno a meno di me, che sono schiavo ma vita non maledico.
scrive thespleen alle 10:19 | link | commenti (2)


13/11/2005

 

L’Ispettore Lanzi ha appena spento la dodicesima sigaretta.
Luglio, tre del pomeriggio, un caldo infernale nel piccolo ufficio della omicidi.

Un signore sulla quarantina prende la metro.
Aspetto distinto, piuttosto alto.
Si siede vicino ad una ragazza, una studentessa.
E’ nervosa: esame d’estetica.
Non le piace, e pensa solo che una volta tolto di mezzo si parte per la Spagna.
Lei, Anna e Michela.
Hanno organizzato tutto, c’è solo da eliminare estetica.

L’Ispettore Lanzi ha tre ore d’ufficio, poi a casa.
La moglie è incinta, ancora 3 settimane al parto.
Lanzi è con la testa altrove.

Una fasciatura alla mano destra, un libro, nessuna espressione sul volto.
La ragazza osserva l’uomo mentre si siede accanto a lei.

Venti minuti dopo l’Isp. Lanzi spegne la sua tredicesima sigaretta.

“Buongiorno,mi dica.”
“Ho ucciso.”
L’Ispettore Lanzi accende la sua quattordicesima sigaretta.
“Mi faccia capire, chi avrebbe ucciso e dove?”
“Un taglio secco, a sventrare.”
“Dove?”
“Fermata S.Babila ,uscita est.”
-Diavolo cane- pensò Lanzi, devo andare con Giulia ad un controllo per la gravidanza -Merda-.
“Con calma, mi dica che è successo.”
Nel frattempo Lanzi chiama Eraldi: ci vuole qualcuno che vada sul posto.
-Col cazzo che schiodo io ‘sto pomeriggio, Eraldi e Marano possono sbrigarsela da soli-.
“Mi guardava. Un colpo secco, a sventrare.”
Il ventilatore dell’ufficio sputa aria calda, le pratiche in arretrato sono sulla scrivania accanto.
Lanzi si alza e si avvicina alla finestra.
Fuori è estate - un’estate bastarda- pensa.
“Con cosa avrebbe ucciso?”
“Era li nella metro che mi osservava”.
Eraldi arriva con Marano.
Spariscono subito dietro la porta, San Babila non è lontana.
“Dunque, se vuole aiutarmi a capire…”
“Ho ucciso, c’è poco da aggiungere.”
Lanzi ha un leggero senso di nausea, colpa del caffè di Eraldi.
-Sicuro come il caldo di questa cazzo d’estate- pensa, mentre guarda la gente giù sulla piazza.
“Vuole qualcosa da bere?”
“Acqua o caffè?”
“No grazie, non sono qui per questo.”
“Senta, lei sostiene di aver ucciso. Bene, è il mio lavoro, ma si rende conto che sta ripetendo la stessa frase da 10 minuti.”
Lanzi mantiene un tono calmo, volutamente, sta tutta li la differenza fra un buon Ispettore ed uno mediocre.
“Vuole dire che non le basta.”
“Come scusi?”
“Ho ucciso, uscita est San Babila; un colpo secco,a sventrare.”
Lanzi osserva l’ufficio, ancora tre ore e avrebbe finito.
Non crede ad una parola, la diffidenza è un’altra buona qualità.
Un bicchiere d’acqua, il caffè è meglio lasciarlo stare.
Non lo ha mai aiutato il suo lavoro, non gli è mai venuto incontro quando aveva qualcosa da fare.
Ormai,dopo 23 anni, se n’è fatto una ragione.
-Diavolo cane, ‘sto cazzo di caldo, ‘sto cadavere a San Babila, Giulia,il caffè di Eraldi – pensa- giuro che oggi spacco la faccia a qualcuno-.
Ci sono due aspetti della faccenda che non lo convincono: la mano destra fasciata, e la confessione così sistematica e definitiva.
Gli altri particolari non lo interessano affatto.
I cadaveri si possono sempre inventare.
Bisogna trovarli, per prima cosa.
Un mitomane,anni fa, aveva movimentato l’intera sezione omicidi sostenendo di aver assassinato una ragazza.
Aveva fornito tutti i particolari.
Correva al parco Lambro, nella zona est della città; l’aveva avvicinata, stordita e trascinata nel suo furgoncino.
La gente è sempre indifferente quando fa jogging.
Quella ragazza nessuno l’aveva notata.
L’aveva legata ad un tavolo da lavoro, in una zona di periferia.
Lentamente l’aveva scuoiata.
Ricordava ancora la descrizione di quel pazzo.
Eraldi l’aveva fatto volare dalla sedia con una calcio, gl’aveva fatto saltare tre denti.
Era ancora viva quando aveva usato l’acido muriatico per gli occhi.
Una bestia.
L’interrogatorio era durato 6 ore, relativamente breve.
Il mitomane aveva perso sei denti, e qualche costola.
Un cadavere era effettivamente stato trovato: un vecchietto in avanzato stato di decomposizione.
Il mitomane era stato ricoverato, il vecchietto sepolto.
La ragazza non era mai stata uccisa, era solo il racconto di una mente malata.
La diffidenza serve, sempre.
Anche col caffè di Eraldi.
L’Isp. Lanzi si avvicina un’altra volta alla finestra.
Fuori l’estate continua a sputare caldo in strada, come il ventilatore nell’ufficio.
“L’aria condizionata non la vogliono qui, dicono che fa male.”
“Diavolo cane.”
Ragionare ad alta voce aiuta a stabilire un rapporto di complicità con chi hai davanti.
Lanzi sa che se vuole i particolari deve guadagnarsi la fiducia.
La mano è fasciata come a coprire una ferita piuttosto estesa.
La benda è appena stata sostituita, visto il bianco intenso.
A Milano tutto scurisce in poco tempo.
La paranoia a Milano è come lo smog: un elemento del paesaggio.
Tutto quello che serve è trovare la chiave.
La radio è sempre accesa nell’ufficio di Lanzi.

“Ed ora “Teardrop” dei Massive Attack.”

La musica attacca, surreale, e sfuma il senso d’attesa nell’ufficio.

Eraldi entra e fa un cenno a Lanzi.
“C’è una persona sventrata, riversa lungo le scale dell’uscita est, nessuno ha visto niente…ci sono già due volanti sul posto.”
“Diavolo cane.”
L’Isp. Lanzi si avvicina alla persona seduta nel suo ufficio.
“Per cortesia mi segua.”
La ragazza si alza, viene portata via.
Ha una benda bianca attorno alla mano destra, ed un libro di estetica.

 

"Exit Babila" da "Cosmo Blues Hotel"

St. Lorefice

scrive oltrenauta alle 22:29 | link | commenti (1)


07/11/2005


                                                       Postmodernità
                                                 olio su tela 60x80 cm
                                                               ©Lsb
                                                 
scrive sileno alle 17:18 | link | commenti (2)