
Natività

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...
© Stefania Castoldi
Monologhi inesatti tra anima e plastica in un angolo socchiuso di Shibuya
A
Sushi Story - iam 2004
Un sapore aspro in gola. L’alito compresso di un comportamento vecchio di 550 anni sospinto in avanti con una frenesia senza più coda. Senza più code che non siano file di oggetti umani. Passata la fermata di Omote Sando, ecco Shibuya. Decompressione. La bocca è ancora intrisa di ferro ed acciaio, retrogusto freddo come un cucchiaio per controllare le tonsille, sgradevole sensazione di attrito metallico, invasione insapore ed ostile.
La metropolitana è un varco rapido tra 12 milioni teste e 24 di occhi e mani e gambe e veloci, composte saette, un alternarsi di bocche, vita vissuta, vita immaginata da raccontare, e
improvvisa confluenza di cinque linee che bucano terra ed attraversano aria; espansione orizzontale e verticale, spazio infinito. Quello che non è occupato è ancora da conquistare. Shibuya è la sintesi di uno spazio idilliaco per tutti coloro che hanno voglia di perdersi mantenendo fermi i propri punti di riferimento.
Ed è vetro, è finestrini, senza fermo immagine, presa diretta.
No time zone.
No fly zone.
No zone.
I nastri trasportatori. Gomma nera che trattiene le impronte di milioni, altri milioni altri. Di scarpe, suole e tacchi consumati dall’andirivieni. Ed espansione in una dimensione verticale in cui quel tutto è ottimizzabile e tangibile, persino la moltitudine di volti. Nella dimensione minimalista dove non sei nessuno ragioni con numeri che sfociano nell’infinito inimmaginabile. Persino l’assenza, che è moltitudine confusa di volti. Ammaccati.
Impossibile sentirsi più soli di così.
Impossibile sentirsi finiti mentre il corpo propende per un’estensione totale.
Impossibile sentire bisogno di qualcosa di fronte al tutto perché il tutto esaspera le scale minime di necessità e le oltrepassa.
Aspirale.
Aspirare.
Se tutto è necessario allora è paradossalmente superfluo. Come la musica che fa tremare l’aria, vibrare e virare. Musica e colori insieme sono capaci di modificare un paesaggio totalmente costruito, nella struttura dello spazio e nelle sovrastrutture della mente.
NHK e una possibilità di vedersi scelti, selezionati, sezionati.
Il passo immediatamente successivo è
Urlare.
La confusione di occhi, antecedente al boato di luci, porterà lo sguardo a perdersi in edizione infinito.
La contrazione della voce, contemporanea all’esplosione, condurrà la gola ad inglobare il sapore totale.
La costrizione delle mani, successiva all’implosione, segmenterà i frammenti di questo esistere ed insistere e con le 5 dita capirai i 5 sensi. Una per.
A conferma che
Quando il tutto si concentra
Diventa
Essenza di un niente
Totale.
Al centro del primo padiglione da attraversare si staglia in orizzontale una croce; disegnata per terra, bussola statica ad indicare il prossimo passo verso.
La strada si snoda come un palcoscenico senza microfoni; nella totale inutilità dell’essenziale non ci sono megafoni per definizione la propria presenza. E se camminassi in punta di piedi o a testa bassa sarebbe un identico percorso.
Quante possibilità ci sono di essere notati ed annotati nel libro delle presenze?
150 pollici, ecco quante possibilità esistono. Minimi pixel a definirti per un istante, e anche di passaggio, ma ripreso.
Catturato.
Preda.
E.
Matrice.
E di fronte a questi occhi anonimi cosa è il disagio.
E ti chiedi: qual è il passaggio successivo?
E questo è un presagio?
E in quel momento punti iridi verso il basso e prosegui.
Senza stelle sul pavimento.
No boulevard.
On sunset.
Tu.
In una logica architettonica di appartenenza e di libertà dovrebbero dotare questo punto di incontro di infiniti bracciali temporanei.
Così potrei parcheggiare il tuo corpo. Trenta minuti trenta. E a quattro zampe vederti salutare con gli occhi sottomessi e sommersi. Questo sarebbe inclinare lo sguardo verso il basso, come quando io dico ‘Basta’. E non sostenere la tesi di chi
‘ Osserva per rispetto
Lì dove la fedeltà si perde?
In un solo rumore Il rumore di gambe che si spiegano. Qualcosa
Osserva il rispetto ’
Nella dimensione eterea del mio dipanarmi tra la gente, il massimo rispetto che potresti nutrire, affamato ed assetato di un cenno, una sola parola, una parvenza di comunicazione, sarebbe
Aspettare
Una parola mia
Come manna.
Il cielo sarà il tuo unico compagno.
Disilluso dal passeggio casuale di nuvole
A formare draghi
Che violenteranno
La pioggia.
Non piove da dieci giorni.
Eppure intorno alla fedeltà
Ci sono chiazze di sangue stinto.
Vuoi leccare le mie ferite
Posso aprire le tue mani
Ed incidere singolarmente
Le mie litanie consumate
Tra le tue unghie?
Nel momento dell’autopsia
Nel tuo corpo
Intero e inesatto
Troveranno tracce delle mie parole
Sotto la lunetta bianca.
Svendita di opportunità.
Se solo tu non avessi.
Ti tronco il domani anche se non è ancora d’intralcio.
E allora aspettami dove tutti attendono
un gesto un cenno
saprò confondermi
per capire quanto/quando
- occhi mutilati –
riconoscerai il tuo profumo
misto alla mia pelle.
E allora
Aspettami.
E nasconditi.
Perché questo sarà cercare te stesso
Racchiuso in un groviglio di pelle
Che pulsa.
Fuori e dentro, tutto sta nella coincidenza degli spilli con le perforazioni dei lobi. Quando una parola sarà leggera avrà la capacità, superflua, di disperdersi attraverso il solo buco da orecchino. Quando la parola sarà sufficientemente stantia diventerà orecchio stesso.
Teso a cercare.
In questo mondo il luogo è pieno dell’essenziale. E grazie alla forma di tutte le cose, più delle loro venature o le tensioni espresse con intensità variabile abbiamo la percezione, la sensazione di presenza, il significato del passaggio.
Vetrina d’insieme.
E poi.
Con gli occhi chiusi mentre
La mano.
Scivola.
Le gambe
Si piegano.
Fragile.
E.
Scostante.
Stai spezzando i polsi di questo inutile appartenere ad un corpo.
E apri gli occhi.
Aprili.
Stai spezzando i polsi a questa inutile passerella di motivazioni.
In ginocchio
A chiedere perdono
A tutto quello che non hai saputo
- ancora –
dare+fare
Nelle giunture di plastica io vorrei precipitare sino in fondo sino in fondo a trascinare ginocchia come la mente e poi scivolare, sotto i tacchi di décolleté da ultima sera utile per
chiave
di violino
succede a volte che il dj
in alto
- posizione dominante rispetto alle orecchie
labirinti senza filtri -
decida che è ora di
Ravel
In crescendo
Diminuendo la tensione che ci porta ad essere arenati
A
≠
Da
Qualcuno.
E intanto non hai più mani.
Radici inutili sulle spalle altrui.
Tentacoli assopiti dalla moltitudine.
Sono tanti.
Qualcuno+Qualcosa.
Tacco.
Spillo.
A.
Il fragore di una lattina sul tacco sottile è un graffio che si dissolve in discariche musicali. Nessuno ha percepito, eppure la pelle ha gracchiato, increspata da un contatto improvviso. Pelle e lama, premonizione e taglio.
Recidere e recedere.
Unica soluzione
Questo non è un contratto.
Questo non è un contrattempo.
Avresti potuto farlo qui
Davanti a corpi in movimento anonimo
Loro non avrebbero ricordato il tuo modo di uccidere
Il nostro futuro.
E ora io sono solo.
Tempesta di solitudine.
E lame a recidere capelli.
Yuko
Una splendida interpretazione errata.
Sempre lo stesso inamidato sorriso e denti ben bianchi, uniti. Nessuno spazio tra. Nessuna fortuna. È qui che si intrappola la mia essenza. Nell’assenza di un varco nel sorriso. Nessuna parola che esce. Nessuna parola che entra. Provaci tu, a far entrare anche una sola I, un filo, punti finiti, tra questi denti. Una sottile vocale, suona, sì suona, e cambia. Il senso pratico del pensiero. Evoluzione.
La nuova sfilata di parole nasce da una collezione in sentore di allestimento. Quando le vetrine saranno finite qualcuno avrà già pensato alla sostituzione del tutto. Il tutto. E una nuova ondata di parole e ancora e ancoraggio alle idee e agli occhi. Perché le vetrine riassumono quello che noi vorremmo vedere da noi stessi.
La ricerca di una vita per la risposta in una vita inerme. Ti ho trovato nel rumore degradato a silenzio delle solitudini del mondo, milioni di scarpe in movimento con anime da asporto. Sono le suole, quelle che trattengono frammenti d’asfalto e di foglie, le nostre anime?
Fra tutti, il tuo, è l’unico sguardo che riesco a non evitare. Perché tu semplicemente hai. Un contatto che non sia digitazione. Contatto vitreo.
Se dovessi rimanere silenzio
Per sempre
Per sempre per noi
Tremare, oltre remare quel silenzio
Io dentro il tuo guscio, intatto di aggettivi marci
E tu sostantivo costante
Non temerei la tua assenza
Il tuo non saper spiegare le parole scomposte dal tempo.
Quando la prima volta cantavi, leggermente, tutto quello che passavano a Shibuya.
E con le mani, ferme e bianche, continuavi a sistemare i lembi di tessuto.
E cercavo di muovermi, cercavo di nutrirti con il battito nascosto, sotterraneo, di un pugno di plastica immerso in un oblio profondo.
E sentire filastrocche alternate ai tuoi ragionamenti trittici alternati a sospiri.
- E’ tutta la notte che ci lavoro - con voce tua
- Poi ti sei svegliato e mi hai detto: non sei venuto a letto stanotte – in falsetto
Ne avevi travisato il senso, di quello starti lontano. E ne nascevano due, da quello starti
lontano. La notte e il giorno. Per non esserti mai lontano – piangendo
- Tutta la notte che ci lavoro – soffrendo parole ancora.
E per tutta la notte avrei voluto essere la tua notte
Tutta.
E poi mi hai girato, vetrina di fronte e occhi esposti al pubblico e sei andato via.
La nostra prima volta.
E ora?
E io invece vorrei starti accanto
In questo momento
Vestirti e guardarti vestirmi
Dolcemente
E senza paura
Concentrato d’essenza
Pensarti vivo e vicino
Quando con le mani
Scegli i lembi di stoffa
Che mi ricopriranno
Tutta
Schermando
Della moltitudine.
Io che non avrei mai pensato. Che.
Vorrei sentire la tua voce
Ma sei lontano.
Mentre io mi sento il niente
Davanti a te.
Quando tu inizi a diventare
L’ Essenziale.
E non ho più parole.
Contro me stesso:
Il vortice del silenzio.
Chissà se questo silenzio ti chiama. E ti convince a non lasciarmi tra i volti anonimi della nostra solitudine moltitudine. Insegnami a non essere plastica. Più di tutto io vorrei che tu fossi
orgoglioso. Di me.
Mi rimetterò nelle tue mani, ancora, per lasciarmi sfiorare.
Dal tuo rancore.
Quello che sento ora nelle tue mani
Lame e tagli.
Nell’orlo di un’animazione notturna, violenta la sete che ho di te.
Tu che ogni volta che mi tocchi
Io
Che vorrei anche dove non posso
Per fame e desiderio.
Senza nascondere le ali
- tarpate e torpore da agonia -
e muri
- vetro e vetrina, sempre gelo
d’assenza -
Un salto in avanti
provare ad andare avanti
ad andare indietro ad andare
io che ho bisogno di te
io che mi perdo dietro il riverbero di un’eco.
E che non ho un nome che mi chiama, piano, lentissimamente (pronuncia len-tis-si-ma-Men-te). Scandisci.
Fammi l’amore.
Compi l’errore
Di cingermi i fianchi
Come l’ultima cinta di pelle
Che hai stretto in vita
In fin di vita.
L’inclinazione della plastica all’amore è pressoché nulla. Se non nelle moine e carezze che una qualsiasi bambina, in qualsiasi parte del mondo, può esercitare nei confronti di una qualsiasi bambola di sempre. Lisciare i capelli. E reciderli, come fossero prolunghe del pensiero. Fragili steli sottili, ambrati, colore naturale che si riflette sul sole. E non il contrario. E non c’è protezione. Perché noi, nelle nostre andature di plastica, siamo l’anima del nostro stesso preservarvi.
Schermarvi.
Un salto all’indietro
Ho sempre creduto che
Attenderti alla fine delle giornate
Attenderti con le mani incastrate dalle impronte su un vetro
E solo i miei occhi in cerca di te
E dirti
-siamo pronti-
solo questo valesse un sorriso
uno di quelli da un’intuizione
immediata
che le parole
sono girandole
Leggere attentamente le istruzioni.
Non sono adatto a bambini di età inferiore ai 3 anni
Made in Taiwan.
Yuko-Takeshi
Vai via. Andrai via, come tutti, come gli altri, come sempre. La sacca piena della tua vita e il biglietto metropolitano da obliterare.
Ed è qui, nel tuo andare che mi sento solo
Abbandonato
Incompiuto
Inconcluso
Sbagliato
Avrei voglia di chiudere gli occhi fissi, dimora stantia di altri occhi mobili. Curiosità in svendita. Vorrei vestire così.
E invece vorrei chiudere gli occhi, mentre tu scrivi sui miei occhi chiusi.
Non hai tempo per invadermi.
Non hai tempo per non abbandonarmi.
Hai solo tempo per continuare ad esercitare le tue assenze.
Riporta le luci sul mio viso.
E sciogli le finte ciglia
Che lasciano sorridere gli occhi.
Il segnale pedonale non converge più. come non mai–
Io ho solo voglia di piangere. Alla fine di questo interminabile viaggio verso una destinazione anonima. Perché tutto questo piangerti le mani. Perché tutto questo sudarti parole. Perché tutto questo travaso d’anima. È nella futilità ingenua della plastica
E chissà se tu esisti davvero.
Mentre fuori imperversa un non rumore svuotato di quiete.
Takeshi-Yuko
Ognuno si avviterà una destinazione diversa, certo, anonima
Il rosso lampeggia furiosamente.
Il verde è una strada libera
Da rincorrere.
Dopo tutto mi perderai
Dove tutto si perde
Resterai ultimo.
Resterò ultimo.
Resteremo.
- e mi sarai indispensabile
come ora
Mentre dentro imperversa un silenzio centrato riempito di bufera.

karmaboy collection ©LucaSaverioBeolchi
[digital artwork disponibile nei formati poster 80x100 o cartolina 15x10]
Spegnimi con un bacio
…ombra di riflessi o riflessi d’ombra…
Ginsberg scriveva al punto SoLiDo
Che
Bzzzzzzzzz
Ci ricordiamo della sua barba incolta
((< Spegnimi con un bacio che Klimt
ha nuotato nell’oro pur di ricavarne ciliegie >))
Ci ritroviamo agli stessi orari con occupazioni diverse
Uniti per il bacino
Divincolanti erbivori
La sagoma di Sylvia Plath penzola là tra gli schizzi di ketchup, maionese scadente e i peperoni
La sagoma di Sylvia Plath si riascolta pulendosi i gomiti pulita
((< Spegnimi con un bacio datomi fra pollice e indice,
medianularemignolo invidia del pene
anche di chi non sogna che il pane >))
Joyce ti ha chiesta in sposa:
divorzia da te stessa
lui
ti costruirà addosso la sua
Dublino liberata
Dublino liberata per cosa?
Frammenti di vetro morbidi
Sotto le piante dei piedi
Incamminati qua, qua, qua, qua, qua
E là
E qua
E là
Bloccami!!
((< Spegnimi con un bacio che più di ogni cosa
mi ricordi che son vivo anche senza testa
senza occhi
senza stomaco
dove scivola Oblinski
Tu lo ami, vero?
Tu mi ami, vero?
Oblinski liberato
Sodomizzato da lontano
La lontananza è un vuoto a perdere
La vita è un vuoto a riempire l’inferno
Perché ami così tanto l’arpa carezza di viso prigioniero fra le sue corde?
((< Spegnimi con un bacio, ma tienimi stretto stanotte che vola!
Che passa! >))
Alla porta
Il seno di Madame Bovary
Steso sull’asse
Per
Lavarlo
Mi lavi?
Affitta il mio naso visto che ti piace,
affitta le mie corde vocali, lasciandomene una gravida d’inchiostro
Disseta la mia sete baldracca
Coll’orecchio mozzato di Van Gogh
Che fu mozzo sul Titanic
Perciò,
la mia sete si fa puttana, ormai!
((< Spegnimi col tuo bacio più ambiguo,
profumato di sesso,
lasciati intorno corallo
da trapiantarmi in fronte >))
Chi lo sa
O
Ch
I
S
Sa
Come ti spogli davanti alla Gioconda
E c’è chi giura che la Monna Lisa
Abbia mostrato i denti di fronte
Al tuo seno
E li avesse tutti cariati!
Che bruci il Louvre, io ho perduto uno spillo,
che bruci Milo, la sua Venere e di, io ho perduto uno spillo,
che bruci anche Leonardo travestito d’autore, io ho perso il senno!
E l’ultimo ippogrifo l’hanno ammazzato ieri.
!!!Futili diversivi!!!!
Ora sarebbe anche ora che sia io,
con un bacio,
ad accendermi fra le tue dita









